Scopri perché ho scelto quattro regole narrative per iniziare a scrivere il mio primo romanzo — tempo presente, prima persona, protagonista non onnisciente e anonimato — e come questi paletti mi stanno aiutando a costruire una storia più immersiva, coerente e intensa.
Nel mio articolo precedente, abbiamo affrontato la sfida iniziale del foglio bianco. Il mio modo per sconfiggere quell’ansia da prestazione e il terrore di non sapere da dove iniziare? Darmi delle regole.
Disclaimer: Ognuno ha il suo metodo per superare il blocco, e questo spazio, come sapete, vuole essere un laboratorio a cielo aperto dove racconto il mio percorso. Sono pronto ad ascoltare e apprendere le vostre esperienze e i vostri consigli!
Torniamo all’oggetto di questo articolo: il perché delle mie quattro regole. Prima di gettarmi nella scrittura, ho letto e studiato molto, cercando consigli online. Una frase in particolare mi è rimasta impressa:
La libertà creativa nasce paradossalmente dai limiti che ci imponiamo.
Per me, questa è stata una vera e propria rivelazione. Ho pensato: “Allora serve metodo, servono regole per partire!” Ma subito dopo è arrivata la crisi: “Ok, ma quali? Non sono mica uno scrittore o un artista, non so nulla di tecnica. Ho solo tante idee in testa e una voglia sfrenata di metterle nero su bianco.”
Eppure, quella frase era ormai un faro nella nebbia. Non sapendo dove andare, ho capito che non dovevo cercare “le regole”in generale, ma le mie regole. Ho iniziato a riflettere, con calma, non dovevo buttarle giù a caso. Dovevo trovare dei principi che potessi motivare, che avessero un senso nel modo in cui volevo che il lettore vivesse la storia.
Una sera tardi, dopo aver avuto l’illuminazione, ho acceso il computer ed ho messo nero su bianco le mie quattro decisioni fondamentali (ve le ricordate dal primo articolo?):
- Tutto scritto al tempo presente.
- Tutto in prima persona, dal punto di vista del protagonista.
- Il protagonista non è onnisciente.
- Il nome del protagonista non dovrà mai essere rivelato.
Non sono “regole” in senso assoluto, ma le mie scelte stilistiche pensate per costruire un’esperienza immersiva, diretta e senza filtri. Le ho definite solo quando sono riuscito a spiegare a me stesso il perché di ognuna, decidendo così come voglio raccontare la mia storia. E’ il mio patto chiaro con il lettore:
“Ecco come ti racconterò la mia storia e da qui non mi sposterò”.
Non potete immaginare quante volte mi sia pentito di questa presa di posizione. Voglio essere sincero con voi: A volte le ho odiate! Ma la loro presenza è stata fin qui la garanzia di coerenza narrativa e di fiducia in quello che stavo – e sto – facendo. E’ arrivato il momento di svelarvi i motivi che mi hanno portato a queste scelte.
Tutto scritto al tempo presente.
E’ semplice, ma non banale. Credo che il “qui ed ora” che ho ritrovato in tante letture in passato, sia il miglior modo per far immergere il lettore nella storia. Scrivere al tempo presente significa togliere rete e protezioni: non sai cosa succederà, la storia si svolge ora, davanti ai tuoi occhi, insieme al protagonista.
E’ una tecnica molto usata dagli scrittori ed ho scoperto che c’è una strategia in questa scelta: Aumenta l’urgenza e l’immersività. Il passato, come il “C’era una volta” crea un distacco naturale: fa capire che ciò che leggi è già accaduto e quindi non può più toccarti davvero. Quindi io non voglio dire “è accaduto”, voglio tenere il lettore su ciò che “accade”.
Questa scelta toglie ambiguità temporali e crea una vicinanza emotiva fortissima con il protagonista. Ogni errore, ogni esperienza, ogni risata e ogni evento è condiviso proprio adesso mentre lo leggi.
Tutto in prima pesona dal punto di vista del protagonista.
Il POV (Point of View). Odio gli inglesismi, ma vanno tanto di moda, quindi cerco di adeguarmi. Preferisco sempre la nostra splendida lingua: Il punto di vista. In alcuni blog ho letto che la prima persona è una scelta rischiosa. Ed è vero: Non ti permette di barare. Ci sei tu, nudo, dietro la voce del protagonista. Quello che vive lui, lo vivi anche tu mentre lo scrivi.
Le dinamiche e le scene diventano più difficili da gestire e descrivere. Ti scontri con l’idea della scena e con il fatto che devi raccontarla da un solo punto di vista, per di più limitato. Quando però funziona, è in grado di generare un’immedesimazione potentissima. E io la sento parola per parola, riga dopo riga.
Ai fini della mia storia, questo è fondamentale: voglio che il lettore si immerga come ho fatto io, non che osservi da fuori.
Niente onniscienza
Ti impone limiti strutturali che, da esordiente, mi hanno messo davanti a blocchi e incertezze. Però, di contro, generano un’empatia naturale verso il protagonista, sia per il lettore che per me.
Mentre scrivo, sento di essere calato nello stesso spazio del personaggio, di non sapere cosa accadrà un attimo dopo (ok, io lo so… ma capita di sentirsi travolti comunque). Vivo le sue stesse sensazioni, vedo ciò che vede lui e ci parlo mentalmente.
Questa immersione totale crea un senso di verità emotiva che spero arrivi anche al lettore.
L’anonimato
Non rivelare il nome del protagonista può sembrare un capriccio formale, ma in realtà è una delle scelte più radicali e quella che apprezzo di più.
Molti scrittori lo fanno per trasformare il personaggio in un riflesso del lettore: uno spazio aperto, un’ombra in cui proiettarsi. Nel mio caso, questa scelta è fondamentale per la storia di Avevo altri piani. È una storia che può essere vissuta da chiunque, perché forse rispecchia la vita di molti o, addirittura, di tutti.
L’assenza del nome non è un “buco”, è un invito:
“Qui puoi entrarci tu”.
La mia scelta è tenere la porta aperta ed invitarti ad entrare. Ed è anche un esperimento narrativo che mi obbliga a rendere il protagonista vivo non attraverso un’etichetta, ma attraverso la sua voce, i suoi gesti, le sue paure.
Molti scrittori sostengono che “la forma genera il contenuto”: limitando gli strumenti, si è costretti a essere più inventivi, più profondi, più sinceri.
Scrivere Avevo altri piani seguendo questi paletti non ha reso la scrittura più semplice, tutt’altro, ma l’ha resa più mia.
E forse è proprio questo che un romanzo dovrebbe essere:
un luogo dove la tua voce non solo racconta, ma risuona.
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