La ragazza dai capelli ricci attraversa l’ingresso ed emerge dall’altra parte. È serena. Fa parte del cast di questa attrazione. Il suo volto disteso, dopo la paura mostrata prima di entrare, rivela solo un grande talento precoce. Un’interpretazione magistrale. Se non avessi capito il trucco, sarei preda di mille domande, ma il gioco è finito. Voglio vivere questo ‘passaggio’ solo per dimostrare che è tutta una messa in scena. Sarò la prima a gridare che non c’è nulla oltre questa tenda.
La ragazzina si ferma davanti al drappo. Fissa il pavimento, evitando lo sguardo degli altri. Aspetto solo di vederle comparire in volto il sorriso compiaciuto di chi sa di aver recitato bene. Resto immobile. La fisso con insistenza, quasi volessi costringerla a voltarsi. Voglio guardarla negli occhi per confermare le mie certezze. Eccola. La ragazza solleva la testa. Sente il mio sguardo addosso e mi lancia un lampo con i suoi occhi azzurri. Per un istante le sopracciglia si stringono sopra il naso, come se cercasse di guardarmi oltre. Poi la fronte si distende. Mi sorride e le sue labbra, senza emettere suono, articolano un ‘grazie’. Rispondo con un sorriso di cortesia e un sospiro amaro. In questo spettacolo io non recito. Allargo il drappo, abbasso la testa ed entro.Attraverso con la sufficienza di chi sta per smascherare un trucco da fiera. Sono consapevole che non troverò nulla. Mi aspetto solo di riemergere esattamente nello stesso spazio che sto abbandonando, con il brusio della gente e il ticchettio dell’orologio che va al contrario.
E invece sprofondo. Il passo finisce nel vuoto. Davanti a me si apre una scalinata di pietra che scende verso il basso. I gradini ripidi sono inghiottiti da un silenzio che non appartiene a questo mondo. Sulle pareti, le piastrelle bianche riflettono una luce naturale e mi scivolano accanto mentre le mie gambe tremano. Uso le mani appoggiate ai muri per mantenere l’equilibrio. La testa mi gira. Le piastrelle sono fredde. Le sento. Scendo lentamente. Quando arrivo in fondo, la banchina si apre in una curva vertiginosa.Riconosco questo posto. È la stazione di City Hall Loop. La visitai anni fa durante un viaggio di lavoro a New York, ma quella che ho davanti non è la rovina polverosa che ricordo. Non ci sono ragnatele, non c’è traccia di abbandono. Tutto appare nitido, nuovo, appena costruito. Gli archi di Guastavino si inarcano sopra di me con una perfezione geometrica che fa male agli occhi; le piastrelle color smeraldo e avorio brillano sfacciate. Sembrano prendersi gioco di me. Alzo lo sguardo verso i lucernari incastonati nella volta: le vetrate limpide filtrano un chiarore lattiginoso. Vedo le cime delle piante ondulare smosse da un vento primaverile e un cielo azzurro riempie tutto lo spazio visibile. Nessuna nuvola. A intervalli regolari i lampadari di bronzo fuso con le lampadine accese sembrano non avere alcuna funzione se non quella di abbellimento. La luce naturale e soffice che arriva dalle vetrate inghiotte tutto. La stazione è magnifica. Troppo perfetta per essere reale.
La banchina curva bruscamente verso sinistra, seguendo un arco che sembra non finire mai. E lì, fermo lungo quella curva impossibile, c’è il treno. Un convoglio d’acciaio che aspetta solo me. Sul muro una targa in bronzo riporta la scritta “RAPID TRANSIT”. Resto a fissare le lettere in rilievo. Traduco a voce bassa, ma quelle parole si amplificano e galleggiano nel silenzio della stazione. Transito rapido. Penso al drappo color vinaccia, a quell’istante in cui ero convinta che non ci fosse nulla oltre il tessuto. Un passaggio immediato. E invece…Un rumore metallico e uno sbuffo di aria compressa mi fanno sobbalzare. La porta dell’ultimo convoglio si apre di scatto. Solo quella. Mi muovo in avanti e capisco che la scritta non è lì a caso: è un invito. Mi avvicino lentamente. Dentro il treno è buio. Abbasso lo sguardo verso lo spazio vuoto tra il marmo della banchina e la soglia di metallo. Il vuoto che ha condannato questa stazione all’oblio ora sembra voler inghiottire me. Inspiro l’aria fresca della stazione, sollevo il piede e scavalco l’oscurità.
Entro. Afferro un palo di metallo per non perdere l’equilibrio. I vetri scuri lasciano filtrare solo un barlume della stazione meravigliosa che sto abbandonando. Resto aggrappata al palo, in apnea. Di colpo, uno sbuffo di aria compressa lacera il silenzio. Emetto un urlo involontario e ne ascolto l’eco rimbalzare tra gli archi, finché la porta non si chiude con un tonfo metallico. Stringo il tubo di acciaio fino a farmi male alle nocche. Irrigidisco i muscoli, allargo le gambe, preparandomi allo strattone della partenza. Ma non succede nulla. Il treno non si muove. Le mani sudate scivolano sul metallo. Abbasso lo sguardo verso il pavimento, attratta da piccoli lampi di luce.
Osservo. Il pavimento è liscio, riflettente. Non c’è traccia di gomma o vinile; sembra fatto dello stesso materiale scuro degli schermi televisivi. Sotto i miei piedi iniziano a formarsi piccoli punti luminosi. Vorticano con frenesia crescente. Sono lucciole di pixel, migliaia di particelle che danzano sotto le mie scarpe. Sollevo una gamba: istantaneamente, lo sciame migra verso il piede rimasto a terra, cercando il contatto con il mio peso. Quando riappoggio la pianta, le luci tornano a dividersi, schizzando sotto di me. Non ho paura. Questi piccoli puntini luminosi sembrano vivi e innocui. Non smettono di moltiplicarsi: arrivano dal nulla, comparendo da lontano sul pavimento del vagone, correndo frenetici verso di me. Si ammassano intorno ai miei piedi, numerose, ognuna occupando un posto senza sovrapporsi, illuminando lo spazio che mi circonda. Non ci sono sedili, solo questo palo e questo pavimento animato. Allungo la gamba, rimanendo attaccata al sostegno, per osservare divertita lo sciame che si allerta per poi radunarsi appena appoggio il piede più in là.
Sorrido. Ad un tratto le luci mi lasciano. Si muovono rapidamente verso il centro del vagone come formiche precise; ognuna si sposta verso un punto predeterminato. Lentamente compare una scritta:
LUI È QUI
Sento un brivido risalire lungo la schiena. “Lui chi?” chiedo d’istinto a voce alta. Provo a pensare ai passeggeri, ripercorro nella mente i volti che ho incrociato in questo viaggio, ma non riconosco nessuno. Il cuore batte forte. Ho solo una persona che vorrei tanto rivedere, ma è impossibile. Lui non c’è più. Cerco di scacciare questo pensiero per non avere l’ennesimo crollo. Con la voce rotta chiedo ancora: “Ma dov’è? Su questo treno? Nella stazione?”.
Le luci rimangono ferme un istante. Poi si spostano sulle lettere, coprendo la parola LUI. Resta solo:È QUI
Sono confusa. Mi sforzo di comprendere il messaggio, ma il senso mi sfugge. Poi, d’improvviso, le lucine ritornano a correre sotto i miei piedi. Mi avvicino alla porta chiusa e scruto la banchina; lo sciame segue ogni mio passo. Porto la mano alla fronte, premendo il lato del palmo contro il vetro freddo per schermare il riflesso. Il mio fiato crea un piccolo alone di nebbia circolare sulla superficie trasparente. Un lampo sotto i miei piedi attira di nuovo la mia attenzione. Le luci hanno cominciato a disegnare delle impronte sul pavimento. Passi luminosi, impronte che si formano una dietro l’altra, che puntano verso il fondo del vagone. È un invito ad andare avanti. Mi fido. Non ho altra scelta che assecondare questo flusso. Inizio a camminare guidando i miei passi verso la porta comunicante con il vagone successivo. Il suono dei miei tacchi sul materiale sintetico è l’unico rumore che rompe il silenzio elettrico di questo posto.
Attraverso il passaggio tra i due convogli. Non appena metto piede nel nuovo vagone, percepisco un cambiamento. Le lucine non sono più di quel bianco gelido e asettico. Hanno cambiato sfumatura. Ora vibrano di un riflesso leggero, una tonalità soffice che vira verso il rosa. È un colore tenue, impercettibile, che però scalda l’ambiente scuro. Mi fermo, osservando questo sciame che ora appare meno frenetico e più premuroso. Questa nuova luce risale lungo la base delle pareti, avvolgendomi. Mi sento strana. Le impronte riprendono a formarsi. Nitide. Mi spingono verso il centro, dove la luce rosa si fa più densa. L’ambiente qui è più caldo, accogliente. Mi sento avvolta, quasi abbracciata da questi esseri luminosi sul pavimento.
Attendo. Una delle lucciole abbandona lo sciame. Schizza via, attraversa la parete e si posiziona in un punto preciso sopra la mia testa. La seguo con lo sguardo, sollevo il mento per osservarla. Mi allungo sulle punte, stendo il braccio nel tentativo di raggiungerla. La sfioro: sotto il polpastrello sento solo il freddo metallico del soffitto, ma lei vibra frenetica, solleticata dal mio tocco.
Sorrido. Un’altra lucina abbandona il gruppo sotto i miei piedi e vola sul soffitto, passando lungo la parete. Poi un’altra, e un’altra ancora. Abbasso il braccio, affascinata. Lo sciame inizia a risalire le pareti sempre più velocemente, a centinaia, a migliaia. È un effetto ipnotico: una pioggia che, invece di cadere a terra, ha deciso di tornare verso le nuvole. Sopra di me, le luci iniziano a incastrarsi con una precisione millimetrica, come pezzi di un puzzle invisibile. Si compattano, riempiendo lo spazio fino a formare un grande rettangolo luminoso che brilla di quel rosa soffice. Tutto si ferma. Il vagone è immerso in un silenzio assoluto.
Poi, improvvisamente, la struttura si sfalda. Una parte delle luci si stacca dal soffitto e inizia a scivolare lungo le pareti curve. Cadono nel vuoto e ripercorrono il tragitto a ritroso con un movimento fluido, armonioso, simulando lo scorrere di una cascata d’acqua. Vedo i pixel scivolare sull’acciaio riflettendosi nei vetri scuri, per poi radunarsi nuovamente sotto la suola delle mie scarpe, tornando a essere il mio unico pavimento. Le osservo oscillare sotto di me. Alzo un piede, poi l’altro, per accertarmi che continuino a cercare il contatto con me. E così è.
Alzo la testa verso quelle rimaste appese al soffitto. Si sono riorganizzate, lasciando un vuoto scuro tra i pixel rosa che ora urla nel silenzio:LEI CAPIRÀ
Il mio corpo reagisce con un brivido ancestrale, mentre la mia anima rifiuta l’unica risposta alla domanda: “Chi è lei?”. Mi sento nuda sotto quella luce rosa, osservata da un’entità che sembra conoscere ogni mia omissione, ogni segreto che ho cercato di dimenticare. Il cuore batte forte. Una lacrima attraversa la mia guancia per aggrapparsi con tutte le sue forze alla punta del mento. Poi cede. Si lascia cadere nel vuoto, proprio al centro dei miei piedi, lì dove lo sciame di luce continua ad abbracciarmi. Quando la goccia tocca il pavimento, le lucciole si comportano come uno specchio d’acqua, simulando l’onda d’urto di un sasso lanciato in uno stagno. I cerchi si espandono uno dopo l’altro, allontanandosi dai miei piedi per poi svanire delicatamente. Resto in silenzio, immobile, finché anche le lucine sul soffitto iniziano a scendere. Si muovono lente, silenziose. È una processione rispettosa del mio dolore. Tornano a radunarsi sotto di me, pronte a mutare di nuovo forma.
Nuovamente, delle impronte luminose compaiono sul pavimento. Mi muovo lentamente verso il terzo vagone mentre non riesco a cancellare quelle parole dalla mia mente. Qui l’aria vibra di un tono diverso, arancione, una luce densa che scalda le pareti d’acciaio senza rassicurarle. Mi fermo a pochi metri dall’ingresso. Le luci sotto i miei piedi corrono veloci verso la parete di fondo, quella che dovrebbe nascondere la cabina del guidatore, e si ammassano in un cerchio compatto, luminoso, pulsante. Al centro, le lettere si formano con una precisione spietata:
VOLTATI, PER PIACERE
Il respiro si incastra nei polmoni. È una richiesta gentile, ma ha la forza di un ordine a cui non posso sottrarmi. Mi volto lentamente. In quel momento, il cerchio di luci arancioni aumenta d’intensità, diventando un raggio che attraversa l’intero vagone. La luce mi colpisce alla schiena, proiettando la mia figura sulla parete opposta. Osservo la mia ombra. È una sagoma scura, dai contorni netti ma priva di lineamenti. I capelli sono raccolti all’indietro in modo semplice, trattenuti per necessità. Resto immobile a fissarla. Poi, faccio un passo avanti. Sollevo il braccio verso la parete, un movimento lento, per accertarmi che quella figura sia legata a me, che segua i miei muscoli. Allungo la mano. Le dita avanzano nell’aria finché incontrano qualcosa.
Mi blocco. Sotto i polpastrelli sento una superficie liscia, durissima. Una lastra di vetro invisibile ed estremamente fredda. Una barriera gelida dove non dovrebbe esserci nulla se non aria. Appoggio l’intero palmo contro quella trasparenza ghiacciata. Sento il gelo attraversarmi la pelle, risalire lungo il braccio e piantarsi nel petto. Ma mentre resto lì un brivido diverso mi percorre la schiena.
Mi sento osservata. È una sensazione nitida, opprimente. Viene da davanti. Oltre quel vetro gelato, dentro l’oscurità di quell’ombra, qualcuno mi fissa con la stessa intensità con cui io fisso lei. Qualcuno che aspetta questo contatto da sempre. Resto sospesa in quel raggio arancione, prigioniera di uno sguardo che non vedo, consapevole che quell’ombra è il ponte che mi lega a tutto ciò che ho cercato di dimenticare. Lo sguardo mi scava dentro, finché la pressione diventa insopportabile. Il raggio trema, percepisce il mio disagio. La luce rimpicciolisce in un lampo accecante e si spegne. Il contatto si spezza. La lastra svanisce sotto le dita, lasciandomi la mano sospesa nel vuoto. Mi guardo attorno: le mie amiche lucciole sono svanite nel buio.
Un sibilo pneumatico profondo, come il sospiro di un gigante che si risveglia, spezza il silenzio. Le porte si aprono con uno scatto violento. Faccio un passo indietro, allontanandomi da quella parete. Mi sembra di vederla ancora, l’ombra, inghiottita dall’oscurità. Mantengo lo sguardo fisso mentre scendo dal treno. Le gambe sembrano fatte di vetro. Appena i miei piedi toccano il marmo della stazione, le porte si richiudono. Mi volto e un’insegna luminosa con su scritto “EXIT” è lì pronta ad attendermi.
Sola sulla banchina, cerco lui e penso a lei.
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