Il nostro ascensorista è proprio qui davanti. Sta in silenzio, gli vedo le spalle. Con la mano appoggiata alla lastra di metallo gira un dito attorno a quel bottone senza premerlo. Indugia. Guarda oltre la soglia per osservare e attende che tutti salgano a bordo di questa macchina.
Il cigolio dell’ascensore sembra un lamento sommesso: Bezzie ha davvero una vita propria e si sta impegnando per sostenere il peso, forse non solo fisico, che aumenta a ogni nuovo passeggero. Un altro cigolio. È entrato l’ultimo passeggero.
Nessuno parla. Bezzie invece vuole dire la sua: le luci tremano un istante, un lampo appena percettibile che attraversa lo spazio come uno sbattere d’occhi. Poi tornano stabili, soffuse, calde. Ci fa un occhiolino: è pronto a ripartire.
Il silenzio resta: nessuno commenta, forse per timidezza o forse perché tutti stiamo cercando di capirci qualcosa di questo posto strano. Doveva essere solo un ascensore e, invece, assomiglia sempre più a un piccolo mondo sospeso intriso di magia. Non so cosa dobbiamo aspettarci.
“Signori, se ci siamo tutti…ripartiamo” La voce dell’ascensorista interrompe l’aria immobile. È pacato, estremamente educato.
“Chiudete gli occhi un istante, per piacere. Respirate. Al mio tre riapriteli.”
È la formula magica, il gesto segreto che dà vita a Bezzie ogni volta.Sento le porte chiudersi rapidamente con un rumore meccanico che si conclude con un tonfo, un urto tra ferro e legno.
In sottofondo le parole scandite lentamente: “Uno… due… tre!”. Riapro gli occhi. Riesco a vedere il dito dell’ascensorista che finalmente preme il pulsante.
“click”
Un piccolo sobbalzo attraversa la cabina, Bezzie ha trattenuto il fiato fin troppo a lungo e adesso lo lascia andare in un colpo solo. Una lieve sensazione di vuoto sotto i piedi. Stiamo scendendo rapidamente. Le luci tremano, ma stavolta non è un occhiolino: è una contrazione involontaria, un brivido che gli percorre la struttura dall’alto al basso.
Bezzie rallenta. Controlla la fermata. Un leggero sobbalzo. Poi una campanella sottile risuona nell’aria. Le porte si aprono.
“Signori, benvenuti al tredicesimo piano!”
Davanti a noi c’è un pianerottolo con quattro porte chiuse. Del tutto identiche. Una plafoniera anonima illumina questo spazio bianco, neutrale, quasi troppo candido. Ci scambiamo sguardi confusi, in attesa di istruzioni, mentre uno dopo l’altro scendiamo da Bezzie.
“Siete nel piano dei luoghi. Un piano meraviglioso e immenso.”
L’ascensorista fa un passo indietro, lasciandoci spazio.
“Provate ad aprire le porte… e capirete il perché.”
Non aspettavo altro.Apro la prima porta e un intero paesaggio reale ci fa sobbalzare. Siamo sospesi nel cielo a qualche centinaio di metri: davanti a noi si apre una città enorme, tangibile e insieme incredibilmente lontana.
Vedo le guglie del Duomo, i grattacieli del CityLife e un intreccio di strade che si sviluppano in cerchi quasi concentrici. Milano.
Facciamo un passo indietro sul pianerottolo, un po’ intimoriti dal vuoto e dall’immensità che si apre oltre questa porta. L’aria entra prepotente, trasporta un vento fresco che ci avvolge e ci scuote leggermente.
Il profumo delle strade, dei tetti, delle piazze ci raggiunge appena, mescolato alla corrente che ci circonda.Richiudo la porta e apro immediatamente la successiva.
Con lo stesso stupore, la seconda porta ci catapulta su un prato erboso, in una valle circondata da montagne brulle e boscose. Siamo all’altezza del prato: possiamo toccare con la mano qualche ciuffo d’erba alta e cogliere una margherita.
Il sole colpisce le rocce, creando giochi di luce e ombre sulle pareti e sui prati. Il silenzio è quasi totale, interrotto solo dal fruscio delle foglie e dal lontano scroscio di un torrente.
In lontananza, qualche campana attaccata al collo di animali al pascolo tintinna delicatamente. Poco più in là, un cavallo e due asinelli brucano lentamente, spostandosi qua e là tra i ciuffi d’erba.Richiudo anche questa porta. C’è silenzio. Un silenzio pieno, quasi solido, che riempie questo pianerottolo spoglio e asettico. Guardo i volti delle persone accanto a me: sono indefiniti, la mia mente ne coglie solo i tratti abbozzati. Eppure lo stupore è chiarissimo. Tutti sentiamo la stessa domanda sospesa: cosa ci sarà dietro la prossima?
Resto immobile per un istante, in attesa di una conferma.
Una donna, appoggiata all’angolo, incrocia il mio sguardo e mi fa un leggero cenno con il capo. Un sì quasi impercettibile, un invito a non esitare. Appoggio la mano sulla maniglia.
Tiro verso di me.
Un verde intenso, fatto di fili d’erba bassi che sembrano appena tagliati, morbidi come un tappeto. La brezza li sfiora e li piega nella stessa direzione, creando onde leggere. Intorno a noi un paesaggio sterminato, ondulato, con pochi alberi sparsi in lontananza. L’aria è fredda e un odore umido di terra e pioggia recente ci riempie i polmoni.
Il cielo è grigio, ma non trasmette tristezza: è una bellezza diversa, quella dei luoghi lontani e disabitati.
Su una collina lontanissima, appena visibile, una sagoma scura: una torre di pietra quadrata, solitaria, appoggiata al paesaggio come un ricordo antico. Potrebbe essere un castello o una torre medioevale. O forse solo un’illusione, un gioco della prospettiva.La corrente chiude la porta, impedendoci di vedere oltre. Lo sbattere ha un eco profondo che risuona lungo il vano corsa dell’ascensore e ritorna più volte alle nostre orecchie, ogni volta più lontano e soffice. Metto la mano sulla maniglia dell’ultima porta. Tiro verso di me. È bloccata. Riprovo con più forza, poi ancora, ma l’anta non cede, chiusa a chiave. La donna all’angolo si avvicina. Le lascio spazio senza dire nulla. La osservo mentre prova invano ad aprirla: ha i capelli biondi legati dietro in maniera scomposta e imprecisa, un viso tondo e gli occhi azzurri. Una fossetta le appare sulla guancia mentre sembra concentrata a capire perché questa porta non voglia aprirsi.
“Signori, è il momento di risalire a bordo.”
La nostra attenzione e i nostri tentativi vengono interrotti dalla voce dell’ascensorista.
“È inutile provarci, non si aprirà!” è il lapidario riscontro del nostro sospetto, che non fa altro che aumentare la nostra delusione.
“Prego, accomodatevi,” riprende la voce ormai familiare. “Chiudete gli occhi, fate un bel respiro… e tornate su Bezzie. Il viaggio continua, piano dopo piano.”
Vuoi diventare anche tu un passeggero?
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