Illustrazione 25° piano parte I, racconto Bezzie - Avevo Altri Piani. Immagine drappo rosso.

Episodio 3 – 25° piano

È troppa la curiosità di sapere cosa si nasconda dietro la quarta porta.
All’inizio ho pensato fosse semplicemente bloccata, o che quell’uomo (quello che ha aperto le prime tre) non ci stesse mettendo abbastanza forza. Un meccanismo difettoso, tutto qui. E invece no. L’ascensorista ha confermato quello che non volevo ammettere: non ci è dato sapere cosa ci sia oltre. Salgo su questa macchina che, a questo punto, ha davvero un’anima. O almeno così vogliono farci credere.
Razionalmente lo so: la magia non esiste. Con la tecnologia di oggi, con gli effetti speciali, con le scenografie immersive… nulla è davvero impossibile. È tutto un gioco ben orchestrato. Un’attrazione studiata nei dettagli. Eppure, ammetto che questo “circo”, questa esperienza inaspettata, mi sta sorprendendo più di quanto vorrei. È tutto vero. Troppo vero. E questa è la parte che mi infastidisce di più.
Risalgo su Bezzie in attesa di concludere il giro di questa giostra. La quarta porta è solo un espediente, un trucco narrativo per rendere l’esperienza più immersiva. Un modo elegante per lasciare le persone con la curiosità addosso. Niente di più!
Chiudo gli occhi e respiro, come ci viene chiesto. Lo faccio senza crederci davvero.
Solo per vedere fin dove sono disposti a spingersi.

Si chiudono le porte. Le sento sbattere. Il rumore del legno e del ferro che si scontrano è acuto, netto. Una spinta rapida verso l’alto aumenta per un istante la percezione del mio peso, Bezzie ci ricorda che stiamo davvero salendo. È questione di pochi secondi. Poi rallenta. Un piccolo sobbalzo. La campanella risuona nell’aria con un’eco diversa rispetto alle altre fermate: più tenue, il suono non trova pareti contro cui rimbalzare e si disperde prima di tornare indietro. Le porte si aprono.
“Benvenuti al Piano del Tempo. Venticinquesimo piano, signori.”
L’ascensorista fa una pausa, quasi teatrale, poi riprende:
“Quello che avete visto finora… è nulla in confronto a questo piano.”
Il suo tono è neutro, controllato. Mi strappa un sorriso. Penso a quanto stia recitando la parte enigmatica del suo ruolo, un attore convinto di essere più bravo di quanto sia. Troppo impostato. Troppo finto. Troppo studiato per risultare davvero credibile.
Davanti a noi si apre un grande salone. Le pareti sono nere, opache, assorbono la luce delle applique fissate ai muri ogni due metri, senza restituirla. Il pavimento è ricoperto da una moquette soffice, morbida sotto i piedi, che ovatta ogni passo. Ha una fantasia geometrica dai toni scuri, ipnotica, quasi stancante da osservare troppo a lungo.
Di fronte a noi, leggermente rialzati rispetto al pavimento, ci sono due varchi. Uno a sinistra. Uno a destra. Distano tre o quattro metri l’uno dall’altro.
Non sono porte vere e proprie, ma aperture coperte da due drappi color vinaccia. Il tessuto è pesante, spesso. Quel colore profondo e violento contrasta con il nero assoluto delle pareti, come una ferita aperta nello spazio.
Tra i due varchi, fissato alla parete, c’è un grande orologio. Non ha numeri. Non ha simboli. Nessun segno che permetta di leggere l’ora.
Solo tre lancette color bronzo, lunghe e sottili, che si muovono lentamente… al contrario. Mi fermo a guardarlo più a lungo di quanto vorrei ammettere. Sono affascinata.
Le lancette mi ricordano i vecchi orologi western, quelli che immagini appesi a una parete polverosa, in una stanza che profuma di legno, tabacco e whisky. Un ricordo che non so bene da dove arrivi, ma che mi resta addosso.

“Eccoci, signori, questo è il piano del tempo”
La voce dell’ascensorista rompe il silenzio. È la stessa di sempre: calma, educata. Troppo normale per il luogo in cui siamo.
“Potete attraversarlo. Uno alla volta.” Fa un breve gesto con la mano.
“Si entra da sinistra… e si esce da destra.” Ci guardiamo. Nessuno fa domande.
Non so se per rispetto, per curiosità o per quella sensazione scomoda che ti prende quando temi che una risposta possa piacerti meno del dubbio. O addirittura aumentare il dubbio stesso.
Per qualche secondo non si muove nessuno. Siamo tutti in silenzio. L’orologio davanti a noi continua il suo meccanico movimento al contrario, che comincia ad infastidirmi. Non fa rumore ma gli occhi continuano a fissarsi su di lui. Ci disponiamo in una fila ordinata.
Il primo sale il piccolo gradino davanti al varco di sinistra. Scosta il drappo. Un attimo di esitazione e poi fa un passo avanti. Il suo piede scompare sotto il tessuto. Nello stesso istante, dall’altra parte, il suo piede appare dal drappo di destra. Un mormorio attraversa la sala. Un secondo dopo, l’uomo esce completamente dall’altro varco. Il viso è rigato di lacrime. Piange senza singhiozzare, come se il respiro gli si fosse spezzato da qualche parte dentro. Piange in silenzio e si allontana senza dire una parola.
Ci passa accanto senza guardarci, lo sguardo fisso davanti a sé. È chiaro che per l’uomo fermarsi significherebbe dover spiegare qualcosa che non può essere spiegato. E non vuole farlo.
E in quel momento, per la prima volta da quando sono salita su Bezzie, penso che forse non si tratta di un trucco. E non so se questa idea mi incuriosisca più di quanto mi spaventi.

L’uomo mi passa accanto. Gli sfioro con delicatezza il braccio con la mano, come una carezza consolatoria: “Cosa c’è lì dentro? Perché sei così sconvolto?”
In realtà sono spaventata. Non ho alcuna voglia di star male. Sono venuta qui per rilassarmi, per staccare dalla monotonia delle giornate tutte uguali, da quei pensieri che tornano sempre negli stessi punti, anche quando si cerca di ignorarli, di andare oltre. Non ho più voglia di stare così male.
“Non ho voglia di parlarne! Mi lasci stare”, mi risponde secco, mentre fruga nelle tasche interne della giacca, alla ricerca di qualcosa, forse un fazzoletto.
“C’è solo passato attraverso! C’è qualcosa di cui mi devo preoccupare?”
L’uomo mi guarda con gli occhi sgranati. La mia domanda lo spiazza. Ma non c’è indignazione nel suo sguardo, né fastidio. C’è piuttosto qualcosa di più opaco: sta cercando di ricordare o di capire davvero la mia domanda.
“È solo un passaggio…” risponde con un filo di voce, più a se stesso che a me.
Deglutisce. Si passa una mano sul volto, lasciandola lì più del necessario, a coprirsi. Come se potesse riportarlo altrove. È confuso.
Mi accorgo allora che le sue dita tremano. Non un tremore di chi ha avuto paura per un istante, ma di chi è stato esposto a qualcosa troppo a lungo.
“Solo un passaggio…” ripete. La voce gli si incrina appena.
Lo osservo mentre finalmente trova il fazzoletto e se lo porta alle labbra. È pulito. Lo ripiega comunque con cura, come se avesse già fatto quel gesto molte volte.
“…ci sono solo passato attraverso…” mormora a bassa voce, voltandosi di spalle in direzione di Bezzie. L’uomo si allontana.
Lo seguo con lo sguardo finché la sua figura non si confonde nell’ombra, dove queste luci difficilmente riescono a muoversi e a riflettere. Quel breve attraversamento lo ha consumato. Stringo le mani lungo i fianchi. Cerco di capire quanto tempo dovrò aspettare.
Mi guardo attorno, sono la terza della fila. Davanti a me c’è lui. L’uomo che poco prima aveva cercato di aprire la quarta porta. “Prego! Il prossimo”, sento la voce del nostro ascensorista. L’uomo non indugia. Avanza con passo deciso. C’è qualcosa nel modo in cui si muove che mi inquieta più della paura: non è costretto, né trascinato. È spaventato, sì… lo si vede in faccia, ma il suo passo è preciso e controllato. È spinto da una curiosità istintiva, primitiva. La stessa che sento crescere dentro di me. Un impulso sordo, in contrasto violento con il terrore di ciò che potrebbe nascondersi dietro quei drappi.
Una parte di me vuole restare immobile per sempre, mentre un’altra è già in piedi, pronta ad allungarsi oltre quel varco nel muro.
L’uomo tende la mano. I drappi si muovono appena. E io resto lì, a contare il mio respiro, chiedendomi se il vero pericolo sia ciò che c’è oltre… o il desiderio di scoprirlo.

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