Copertina Capitolo 1 del racconto a puntate Bezzie - Avevo Altri Piani. Immagine dell'ascensore Bezzie

Episodio 1 – 99° piano

“Benvenuti a bordo del mio ascensore. È uno spazio generoso, pensato per ospitarvi tutti. Senza fretta. Non serve spingere. Lasciate che vi faccia gli onori di casa: per capire dove siamo, mi serve solo la vostra collaborazione e un pizzico di immaginazione.
Entrate con calma, passo dopo passo. Abbiamo tutto il tempo che serve. Accomodatevi.

Mentre prendete posto, avvertirete qualche scricchiolio. Non temete, è normale: è un vecchio amico. È sicuro. Io sono il suo ascensorista e me ne prendo cura da sempre.
Bezzie. Il mio vecchio e caro ascensore si chiama così.

Davanti a me c’è una tastiera con un unico pulsante. Non siamo noi a decidere la meta; io mi occupo della manutenzione, ma il resto spetta a lui. Bezzie sa esattamente cosa farci vedere.
Siete pronti?  Ora, chiudete gli occhi.
Il viaggio sarà lungo e, spero, interessante. Non apriteli, non ancora.
Respirate.
Inspirate a fondo. Lo sentite? È il profumo della quercia: un aroma sottile, antico. Sa di tempo. È caldo, avvolgente, con una punta dolce di cera d’api che uso per proteggere le pareti. E poi c’è una nota metallica, un misto di ferro e grasso: le leve, gli ingranaggi che muovono questo spazio da decenni. Promette movimento. Su e giù. È lì che voglio portarvi.

Che il nostro viaggio abbia inizio.
Al mio tre potete riaprire gli occhi.
Uno… Due… Tre!

Click.

Benvenuti al novantanovesimo piano“

Le porte si aprono con un sospiro metallico. Ma non c’è un corridoio, non ci sono tappeti o finestre. È una sala immensa, fatta solo di cemento grezzo. Le pareti sono alte, scabre, ancora segnate dalle venature delle casseforme in legno.
Al centro, una stanza di vetro. I passeggeri scendono da Bezzie fissando quella struttura cubica illuminata, distante non più di una decina di metri. I vetri leggermente opachi. Dentro si intravedono due figure. Ferme, immobili, come messi in pausa; appaiono sfocate.
Quando l’ultimo passeggero tocca terra, il vetro vibra. Una scarica di elettricità statica corre lungo le pareti del cubo e, di colpo, l’opacità svanisce.
La stanza rivela un ambiente ampio, antico e ben curato. Sulla parete di fondo, una libreria imponente occupa tutto lo spazio, stracolma di volumi dalle coste consumate. Sotto i piedi dei due uomini, un parquet di legno scuro, segnato dal tempo e dal passaggio. Sembra l’ufficio di un avvocato o forse di un giudice.

Un uomo anziano, vestito di nero, cammina stancamente dietro una scrivania di marmo, austera e sproporzionata. La cravatta rosso sangue si staglia sopra una camicia bianca immacolata. Due anelli vistosi brillano sulla mano destra mentre l’appoggia sul bracciolo della sedia, rigida e spoglia. Si siede, cerca di riprendere fiato, poi alza gli occhi verso il suo interlocutore accarezzandosi la barba bianca, corta e ben curata.
Di fronte a lui, un uomo più giovane. Completo blu, maglietta nera sotto la giacca. È sprofondato in una grande poltrona Chesterfield di color cognac; i bottoni della tappezzeria tendono la pelle creando rughe profonde e scure. Si sfrega le mani nervosamente col busto teso in avanti.
“Sono stanco,” esordisce l’anziano, con la voce ridotta a un raschio. “Abbiamo già affrontato questa discussione.”
 Il giovane scatta, ma la poltrona sembra trattenerlo.
“Me lo ha detto, signore! Ma non può mandarmi via così. Ho ancora tante cose da fare.” Si schiarisce la voce; il tono oscilla tra supplica e sfida. “Lei non può farlo.”
L’anziano lo interrompe con un gesto stanco, le mani rugose che disegnano lenti cerchi nell’aria: “Infatti non posso, figliolo. Non sempre sono io a decidere. Ci sono dinamiche che ancora non comprendi. A volte altri ci mettono lo zampino. I piani cambiano. A volte le cose si muovono anche quando crediamo di tenerle ferme. Anche per me certe cose restano un mistero.”
Il giovane si irrigidisce. La rabbia gli vibra nelle spalle. Prende fiato: “Ho fatto di tutto fino a qui. Ostacoli enormi, sfide continue, fatica e duro lavoro… senza contare tutto quello che ho dovuto passare per lei.”

Lo sguardo dell’anziano si incupisce di colpo, come risucchiato in un ricordo oscuro. “Non tutto quello che ho costruito funziona esattamente come vorrei” risponde con voce seccata. La mano dietro al collo per massaggiare i muscoli che si sono irrigiditi di colpo.

Silenzio. Poi l’anziano si sporge in avanti, lasciando che le ombre gli scavino il viso. “Vedi, figliolo, i traguardi che ci immaginiamo ci rendono ciechi.” Ha un fare di nuovo calmo. Lo sguardo si sposta sulla scrivania mentre con un dito sembra voler ripulire una macchia invisibile sul piano di marmo. “Non ci lasciano vedere quelli che abbiamo già raggiunto. E così non sappiamo assaporarli.”
Il giovane si alza e, con passo deciso, si posiziona davanti alla scrivania. Appoggia le mani sul marmo e si allunga in avanti “Di quali traguardi sta parlando?”
Il vecchio si lascia andare contro lo schienale. Il legno della sedia emette un lamento sommesso. Il suo sguardo, velato dalla stanchezza, attraversa il giovane come se lo vedesse da un’altra dimensione. “Parlo di ciò che hai lasciato lungo il percorso mentre eri troppo occupato a contare i gradini che mancavano,” dice, muovendo le mani sopra il marmo nero. “Parli di fatica, di ostacoli, di colpi al cuore nel tentativo di salire. Ma hai mai guardato indietro, una sola volta, per vedere chi avevi trascinato con te in questa scalata?” Inspira profondamente, come se il peso delle parole fosse reale. Il giovane resta immobile. La sfida nel suo sguardo vacilla per un istante, sostituita da una confusione improvvisa. “Ho dato tutto quello che avevo. Ho sacrificato…”
“Hai sacrificato il tempo, non il cuore”, lo interrompe l’anziano, la voce che si abbassa, diventando un sussurro che riempie l’intera stanza di vetro. “I traguardi di cui ti vanti sono cicatrici che hai scambiato per medaglie. I veri traguardi erano i momenti in cui hai smesso di salire per aiutare chi ti stava accanto a respirare.” Il vecchio si spinge in avanti. Lo fissa negli occhi. Le sopracciglia si inarcano. “Ci hai mai pensato?”
Il giovane apre la bocca per ribattere, ma le parole gli muoiono in gola. Guarda le proprie mani, come se le vedesse per la prima volta. La rabbia sembra scontrarsi con un vuoto profondo. Riprende fiato “Lei parla di sacrifici come se sapesse cosa mi è costato.” L’uomo richiude le mani in pugni stretti “Resta che mi deve un favore, signore.”

L’anziano si alza. Il movimento è lento ma fluido, nonostante l’età. Si avvicina al vetro, proprio dove i passeggeri stanno osservando. Il suo sguardo sembra attraversarli, posandosi su un punto indefinito alle loro spalle. Poi torna al giovane:
“Vedi questi anelli?” Alza la mano, sospesa nell’aria. Trema vistosamente. “Hanno un significato preciso. Il primo mi ricorda l’inizio. Quando questa fabbrica non esisteva.” Una pausa. “Ho contribuito a costruire tutto questo, ogni piano e divisione, non per un fine personale. Non ne ho bisogno. L’ho fatto per dare a tutti quelli che lavorano al mio fianco un’opportunità.”
Ruota l’anello due volte intorno al dito, assorto nei ricordi. “E questo rappresenta invece la necessità. Mi ricorda che andare avanti è necessario per il bene di tutti”. Si avvicina e gli posiziona una mano sulla spalla con delicatezza. “Io non faccio favori, figliolo. I favori sono per chi deve ancora imparare a contare i propri debiti.”
Il giovane, ancora piegato sul marmo, sembra rimpicciolire sotto il peso di quella mano e di quelle parole.
“Quello che chiedi non è un favore. È una concessione. E le concessioni non si strappano con la rabbia. Si ottengono solo quando si impara a non aver più nulla da pretendere.”

Un segnale invisibile. La luce nella stanza di vetro inizia a tremare. Sfarfalla violentemente, virando verso un bianco accecante che cancella i contorni della libreria, del parquet, della Chesterfield.

I passeggeri si proteggono gli occhi. Quando riaprono le palpebre, il vetro è di nuovo opaco.

La stanza non è più che un cubo grigio. Immobile. Silenzioso.

L’ascensorista, che fino a quel momento è rimasto in disparte, nascosto nell’ombra, solleva una mano verso la pulsantiera.

“Signori,” dice, ed è la prima volta che parla dopo l’apertura delle porte. “È ora di risalire a bordo. Tornate pure su Bezzie, per favore.”

Le porte dell’ascensore si riaprono con un sospiro stanco. Il viaggio continua, piano dopo piano. Un click secco, metallico, risuona nel cemento.

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