L’uomo attraversa il varco con la stessa decisione con cui ha percorso quei pochi metri per avvicinarsi al drappo di sinistra. È un attimo, e compare dall’altra parte, dal varco di destra.
La sua espressione è totalmente diversa. Sorride. Anzi, no. Ride. Una di quelle risate che ti partono da dentro.
Ha gli occhi lucidi e una lacrima che gli riga il volto. Le guance sono bagnate e rosse. Il respiro è irregolare, spezzato, quello di chi ha appena smesso di piangere.
Sono confusa nel guardarlo: non capisco se stia ridendo o piangendo. O se il pianto sia solo il prezzo di quella risata che lo scuote da dentro.
Si piega leggermente in avanti, appoggiando le mani sulle ginocchia, per riprendere fiato. Poi alza lo sguardo e incrocia il mio.
“Cosa c’è lì dentro?” gli chiedo, prima ancora di rendermene conto.
Lui sorride. Mi fissa negli occhi e, con semplicità disarmante, mi risponde:
“Un cinema.”
Lo dice con la naturalezza della cosa più ovvia del mondo.
“Una sala vuota. Buia. Mi sono seduto su una delle prime poltrone… ed è cominciata la proiezione di un film… con scene della mia vita”
Si passa una mano sugli occhi, nel tentativo di scacciare qualcosa che insiste a restare. La bocca continua a mostrare i denti in un sorriso che fatica a controllare.
“Non tutto. Non in ordine. Pezzi. Frammenti. Scene che avevo dimenticato di ricordare.”
Deglutisce.
“Alcune facevano ridere. Sul serio. Di quelle risate che ti salgono dalla pancia… ha presente? Non ridevo così tanto, e di gusto, da tempo. Altre scene…beh, quelle facevano meno ridere. Ma si sa, questa è la vita…”
Fa spallucce.
“È stata tutta la mia vita. Ma compressa. Come se qualcuno avesse deciso cosa valeva la pena mostrare… e cosa no.”
Resta in silenzio per qualche secondo.
“Quando è finito, mi sono ritrovato di nuovo qui.”
Ride piano.
“Tutto qui.”
La mia parte razionale torna immediatamente a galla. Penso che mi stia prendendo in giro.
“Ma… è solo passato attraverso. Com’è possibile? Non mi prenda in giro.”
“Glielo giuro… è un cinema. Tutto qui.”
Lo guardo allontanarsi, ancora sospeso tra due emozioni incompatibili. E penso che, se quello è ciò che c’è oltre il drappo, forse non è così terribile. Eppure qualcosa non torna. Ma come può essere vero?
Un lampo mi attraversa la testa. Una saetta che infilza tutti i pensieri.
Il sospetto prende forma. Quest’uomo, e forse anche quello prima di lui, fanno parte del piano, del cast, insomma, di questa giostra. Certo. È ovvio. È l’unica spiegazione possibile. Non può essercene un’altra. Mi stanno prendendo in giro.
Com’è possibile rivedere la propria vita, per quanto compressa, in un istante? È entrato ed è uscito immediatamente.
Tra noi passeggeri ci sono altri attori che recitano la loro parte. E, ammetto, lo fanno molto meglio del nostro ascensorista così controllato. Servono ad amplificare questo smarrimento che sento dentro.
Basta. È così. Ho capito il trucco.
La magia non esiste. Punto.
Sento i muscoli della guancia sinistra tirarsi verso l’alto, come tirati da un filo invisibile. Non lo controllo. Mi succede sempre quando mi concentro su qualcosa. È un tic, involontario.
Quanto posso essere stata stupida a non averlo capito prima.
Osservo le altre persone. Chissà quanti sono attori. E chissà quanti, invece, sono vittime come me di questa giostra. Dentro di me cresce un moto di agitazione. Sono sollevata per aver smascherato l’inganno e, allo stesso tempo, attraversata da un senso sottile di tristezza, di delusione. Non so se per la frustrazione di essere stata presa in giro… o per aver compreso che questo posto non è davvero magico.
“Prego… il prossimo, per piacere.” È il mio turno.
Faccio un passo deciso in avanti. Salgo il gradino e mi avvicino al drappo di sinistra. Non ho più paura. Anzi, sono infastidita.Una mano si posa sulla mia spalla sinistra all’improvviso. Sobbalzo. Il corpo reagisce prima ancora che la mente abbia il tempo di capire. Una scarica di adrenalina mi attraversa la schiena e sento il sangue gelarsi nelle vene. Mi blocco. Mi volto.
Davanti a me c’è una ragazza giovanissima. Avrà meno di vent’anni. Una folta chioma di ricci le incornicia il volto, intrecciandosi senza ordine: nemmeno i capelli sembrano trovare il modo di stare fermi.
Mi fissa negli occhi. Il suo sguardo è perso. Spaventato. Non cerca una risposta, cerca una via d’uscita. Deglutisce, poi parla con un filo di voce che tradisce tutta la tensione che sta cercando di trattenere.
“Signora… posso andare prima io, per favore?” Fa una pausa. Respira male.
“Non ce la faccio più ad aspettare. Sono troppo spaventata.”
Le parole restano sospese tra noi, come se avessero bisogno di qualcuno che se ne prenda la responsabilità. La guardo. Penso a quello che ho appena deciso. Penso a quello che credo di aver capito.
Annuisco appena. Un gesto piccolo, impercettibile. Mi faccio da parte.
Lei inspira profondamente, preparandosi a un tuffo senza sapere quanto è profonda l’acqua. Mi passa accanto e sono attratta dal movimento dei suoi capelli. Ciondolano da una parte all’altra ad ogni passo, come un unico blocco soffice e aggrovigliato. La vedo scostare il drappo ed entrare.
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