La donna bionda davanti a me è l’immagine della calma. Mi chiedo dove trovi la forza, dopo aver ascoltato i due uomini appena usciti da quella stanza. Quello che hanno raccontato sfida ogni logica.
E anche lei, la sua espressione di stupore mentre li ascoltava… era chiaro che nemmeno per lei potesse essere vero. Fino a un certo punto.
Da qualche istante, infatti, ostenta una calma irreale. C’è consapevolezza nei suoi occhi, qualcosa che a me sfugge. Ma cosa?
Vorrei chiederle spiegazioni, ma lei… lei ha qualcosa che non mi piace.
I capelli legati alla meno peggio. L’aria costantemente preoccupata. Il viso scavato, stanco. È triste. E questa tristezza mi mette a disagio.
Qui dentro, in questa sala così scura, mi trovo in un sogno sbagliato. In un incubo.
L’orologio che va al contrario mi inquieta.
Va bene. D’accordo. Le persone entrano ed escono immediatamente. È un trucco. Un gioco di specchi. Una messinscena. Una spiegazione razionale ci sarà, per forza.
Ma allora com’è possibile che quei due uomini siano convinti di essere rimasti lì dentro abbastanza a lungo da aver vissuto tutto ciò che hanno raccontato?
Guardo le altre persone accanto a me. Sono tranquille. Nessun segno di paura.
Io invece sono terrorizzata. Sarà la giovinezza. O quella sensazione che qui dentro, in realtà, nulla torni. Non è normale. Niente di tutto questo lo è.
Sento un vuoto nello stomaco. L’ansia mi assale. Vorrei scappare. Andarmene via da qui. Subito.Appoggio la mano sulla spalla della signora dai capelli biondi per fermarla un istante prima che attraversi. Lei sobbalza.
I suoi occhi azzurri mi colpiscono come due fari puntati addosso. Mi accecano. Sono di un colore incredibile. Bellissimi.
Per la prima volta capisco che effetto fanno anche i miei quando incrociano quelli degli altri. Anch’io ho gli occhi di quel colore. Ma i suoi… i suoi sono diversi.
“Signora… posso andare prima io, per favore?”
La voce mi trema. Mi manca il respiro.
La paura risucchia tutta l’aria che inspiro.
“Non ce la faccio più ad aspettare. Sono troppo spaventata.”
Le parole mi escono di bocca in modo fluido, senza tremare questa volta. Non me ne rendo nemmeno conto. Voglio mascherare quell’affanno iniziale. Quella paura che mi stringe il petto. Cerco disperatamente in lei una parola di conforto, qualcosa che mi dia sicurezza.
“Mi dica cos’ha scoperto” penso. È questa la vera domanda? Non lo so più nemmeno io.
Lei però non parla. Annuisce soltanto, con un gesto lieve, e si sposta di un passo di lato.
Il drappo color vinaccia è davanti a me. Le pieghe del tessuto ondeggiano appena, come la superficie del mare quando inizia ad agitarsi. E io mi sento esattamente così. Agitata.
Butto fuori l’aria dai polmoni con uno sbuffo rumoroso, nella vana speranza di espellere tutto, anche la paura. Lascio ricadere le braccia lungo i fianchi e muovo le spalle, dall’alto verso il basso, per sciogliere la tensione. Allungo la mano e scosto il tessuto quanto basta per passare.Abbasso leggermente la testa e attraverso il varco. Dentro di me, la curiosità di vedere questo “cinema” si scava un piccolo spazio, un angolo nascosto, tra le emozioni. Sono dentro.
Una luce intensa mi acceca. Sono costretta a strizzare gli occhi. È una luce bianca, fortissima, ma stranamente neutra. Senza origine. Senza ombre. Vedo a malapena oltre le palpebre socchiuse e quello che percepisco mi disorienta.
“Non è un cinema!” esclamo ad alta voce, istintivamente, con la speranza che, dall’altra parte del drappo, qualcuno possa sentirmi.
È una stanza rettangolare, tutta bianca: pareti, soffitto e pavimento. Gli occhi, finalmente, cedono e si abituano alla luce. Il pavimento è leggermente più lucido, riflettente. Al centro della stanza, uno specchio emerge dal pavimento. È un’unica lastra, alta all’incirca due metri e larga poco meno di uno. È infilzata perpendicolarmente nel suolo, come se fosse stata piantata lì con forza. Studio il resto dell’ambiente, ruotando lentamente su me stessa. Non ci sono lampade, nessun pannello, nessun led da cui possa provenire questa luce.
“Perché l’uomo di prima ha parlato di un cinema? Questa stanza è tutto tranne che quello.” Penso.
All’improvviso, la luce si spegne. Mi blocco. Un cono di luce si materializza davanti allo specchio, disegnando un cerchio bianco sul pavimento. Pochi istanti dopo, la stanza si illumina di nuovo, identica a prima. È un messaggio piuttosto chiaro. Credo vogliano indicarmi dove devo posizionarmi.
Mi avvicino senza pensare, come un pezzo di ferro attratto da una calamita. Ho paura. Tanta.
Eppure il mio corpo, o forse il mio subconscio, mi spinge a seguire quell’indicazione. Cammino con lo sguardo fisso sul pavimento. Raggiungo il punto esatto e mi fermo. Inspiro profondamente, prendo fiato. Poi alzo lentamente gli occhi verso lo specchio.
La mia immagine riflessa è l’unica cosa che vedo.
Guardo il mio viso. La paura mi si legge in faccia. I capelli ricci e voluminosi ricadono sulle spalle, disordinati. Mi fisso negli occhi, come se stessi cercando qualcosa che non so nominare. Poi succede.Dal lato destro dell’immagine riflessa, una bambina entra nel campo dello specchio. Il cuore mi esplode nel petto. Sobbalzo all’indietro e distolgo lo sguardo di scatto. Mi volto, guardo accanto a me, alle mie spalle. Cerco la bambina.
Non c’è nessuno. Sono sola.
Ritorno lentamente a guardare lo specchio. E lei è ancora lì. È accanto alla mia immagine riflessa. Mi guarda. Ha due occhi enormi, luminosi, e un sorriso pieno, di quelli che non conoscono ancora il peso delle cose. Il suo sguardo è rivolto verso di me. Non verso il riflesso.
Non capisco.
La stanza è vuota. Silenziosa. Immobile. La bambina, nello specchio, comincia a correre. Mi gira intorno, saltellando allegra, attraversando lo spazio riflesso.
Inciampa mentre passa dietro alla mia figura riflessa.
Vedo me stessa chinarsi di scatto. La prende in braccio, la solleva con naturalezza. Le bacia la fronte. La stringe a sé. Poi le controlla un ginocchio, con un gesto rapido e premuroso, mentre la bambina già si divincola, pronta a ripartire come se nulla fosse successo.
Ha i capelli rossi, lunghi, con qualche ciuffo dispettoso che le cade sul viso e davanti agli occhi. Sbraccia e sgambetta, impaziente, con l’unico obiettivo di liberarsi dall’abbraccio. Io resto immobile.
Allora la mia immagine riflessa alza lo sguardo e mi indica con un dito, tenendo la piccola con un braccio mentre l’anca le fa da sella. La bambina segue quel gesto. Mi guarda negli occhi. E allunga il braccio verso di me, verso il mio mondo.
La sua manina paffuta si apre e si chiude lentamente in un goffo gesto di saluto.
Poi tutto scompare.Rimango io, riflessa nello specchio, con una mano alzata che tenta di afferrare qualcosa di invisibile, sospeso nell’aria. L’immagine si ricompone. La lastra di vetro restituisce di nuovo soltanto me.
Ho un sorriso sul volto. Un sorriso materno. Di quelli che non mi appartengano ancora. Abbasso lentamente la mano, controllando che ciò che vedo nello specchio corrisponda davvero, di nuovo, alla me reale.
E così è.
Non so chi fosse quella bambina. So solo che mi ha riempito il cuore.Passa appena un momento.
Un’altra figura femminile compare alle mie spalle. Dal nulla. Questa volta, però, so chi è. Mi volto di scatto, solo per controllare. So già che, nel mio mondo reale, non c’è nessuno.
Ritorno a guardare lo specchio. La figura alle mie spalle è mia sorella.
Mi passa le braccia sopra le spalle, da dietro, e mi abbraccia con delicatezza. La mia immagine riflessa incrocia le braccia al petto e stringe a sé quelle mani che la accolgono. Poi, insieme, appoggiamo la guancia l’una contro l’altra. Mentre la mia figura chiude gli occhi abbandonandosi a quel bene che le trasmette quell’abbraccio, mia sorella fissa la me reale dritta negli occhi. Sul volto un sorriso lucente che mi raggiunge e mi attraversa, carico di un amore profondo. Due figure entrano lentamente ai margini del riflesso. Una da sinistra. Una da destra. Li riconosco senza bisogno di guardarli davvero. Mio padre allunga il braccio destro e lo posa dietro le spalle di mia sorella. L’altro passa davanti alla me riflessa. Mia madre fa lo stesso dall’altro lato. Quattro corpi, un unico abbraccio. La mia famiglia.
La me riflessa abbassa appena la testa, mantenendo gli occhi chiusi. Non ha bisogno di vedere per sapere. Lo sente. Sento qualcosa sciogliersi nel petto, un nodo che non sapevo di avere. Avvicino le mani alla bocca e sento il mio sorriso sotto i palmi, mentre le dita si bagnano di lacrime. Non è tristezza. È una esplosione d’amore. Questa è casa.
Restiamo così per un tempo che non saprei misurare. Nessuno parla. Nessuno si muove.
Poi, lentamente, senza che nessuno faccia un gesto preciso, l’abbraccio si allenta. I miei genitori arretrano di un passo. Le loro figure iniziano a sfumare ai bordi del riflesso.
Mia sorella resta ancora un istante. Mi stringe appena, più forte. Poi anche lei scompare.Resto nuovamente sola davanti allo specchio. Il mio volto seppur rigato dalle lacrime, è lucente, rilassato e la paura iniziale è definitivamente svanita.
L’immagine nello specchio cambia senza rumore.
Non c’è più nessuno alle mie spalle.
La stanza è la stessa, ma l’aria è più densa.
La me riflessa è diversa. Vedo una versione di me più matura. Lo sguardo più fermo. Una mano è appoggiata sul ventre, che adesso è evidente, rotondo, pieno.
Sono incinta. Accanto a me c’è un uomo. La sua figura è lì, ma il volto è sfocato, come se qualcuno avesse passato un dito umido sul vetro proprio dove dovrebbero esserci gli occhi. Non riesco a metterlo a fuoco, per quanto ci provi. So che esiste, so che è reale in quell’immagine, ma non so chi sia. E forse non importa. È vicino. Non mi tocca. Eppure non è distante.
La me riflessa abbassa lo sguardo sul ventre e sorride piano. Non è un sorriso euforico. È consapevole. Carico. Sa che da lì in avanti nulla sarà semplice, ma tutto sarà necessario. Poi succede qualcos’altro. Dal basso, dal margine dell’immagine, un bambino entra nel riflesso correndo. È piccolo. Avrà due, forse tre anni. I passi sono incerti, sbilanciati, ma pieni di energia. Ride mentre corre, senza un motivo preciso, come fanno i bambini quando il mondo è ancora un posto sicuro. Mi passa davanti. Si ferma accanto alla mia figura riflessa.
La me nello specchio si abbassa subito, istintivamente. Una mano lascia il ventre e va verso di lui. Gli sistema una ciocca di capelli, poi lo tira a sé. Il bambino si lascia fare, per un secondo soltanto. Poi prova a divincolarsi, impaziente di tornare a muoversi. L’uomo sfocato resta lì. Immobile. Presente, ma silenzioso.
Io, nel mondo reale, sento le gambe farsi leggere. Il riflesso mi guarda.
Per un istante ho l’impressione che la me nello specchio sappia esattamente chi sono. E che stia cercando di dirmi qualcosa che ancora non ho gli strumenti per capire. Poi l’immagine inizia a dissolversi. Prima il bambino. Poi l’uomo.
La me riflessa rimane ancora un istante. Alza la mano destra e mi saluta mentre lentamente svanisce.Resto di nuovo sola davanti allo specchio bianco. Con una sensazione nuova addosso che non conosco e che ancora non riesco a decifrare. Come se qualcosa, o qualcuno, da qualche parte nel tempo, mi avesse già scelta.
La mia immagine scompare. Al suo posto resta solo una figura scura.
Una sagoma femminile. Non riflette i miei movimenti. Non mi imita. È ferma, come se appartenesse a un’altra dimensione dello stesso spazio. Non riesco a distinguerne il volto.
Non vedo gli occhi. Non vedo i lineamenti. Solo un’ombra ben definita nei contorni. La sagoma di un corpo privo di qualsiasi ulteriore dettaglio.
Solo un particolare attrae il mio sguardo: i capelli, raccolti all’indietro in modo semplice, trattenuti per necessità più che per cura. Resto immobile. Il cuore batte lento, pesante.
Non provo paura. La figura si muove. Fa un passo in avanti, verso di me. Non attraversa lo specchio. Si avvicina fino a fermarsi a pochi centimetri dalla superficie di vetro.
Poi solleva una mano. La poggia sullo specchio.
Il palmo resta lì, schiacciato, in attesa.
Sento qualcosa tirarmi verso quella lastra trasparente. Il mio corpo ha già deciso prima della mia mente. Alzo la mano anch’io e la avvicino lentamente, con esitazione, con la paura che un gesto troppo brusco possa rompere qualcosa di fragile.
La appoggio sul vetro, esattamente dove la mano di quell’ombra tocca dall’altra parte.
Il freddo dello specchio mi attraversa la pelle. Non so chi sia e perché è lì. Non so cosa voglia da me. Resto così, con la mano appoggiata allo specchio, cercando un volto che non si mostra. La figura non si muove. E io capisco che, qualunque cosa sia, non è lì per spiegarsi.
È lì perché io la senta. Poi svanisce.Per un istante tutto si spegne. Il bianco scompare, inghiottito da un buio improvviso. Poi, come prima, un cono di luce si accende sul pavimento. Un cerchio netto, preciso. Non davanti allo specchio questa volta, ma qualche passo più in là, verso il lato opposto della stanza. Non ho bisogno di pensarci. So che è l’uscita.
Lo specchio è tornato muto. Nessuna figura. Nessuna ombra. Solo il mio riflesso, pallido, immobile. Abbasso lentamente la mano che avevo ancora appoggiata al vetro, lascio andare qualcosa che so di non poter trattenere. Il contatto si interrompe, ma la sensazione resta. Faccio un passo dentro il cerchio di luce. Respiro a fondo. Non per prepararmi. Per salutare. Un ultimo sguardo allo specchio, un passo e apro il drappo color vinaccia davanti a me.
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Ringrazio tutti quei passeggeri che mi hanno scritto.
Questa storia ha preso una direzione inaspettata, coinvolgente e misteriosa, e gran parte del merito è vostro.
Un ringraziamento speciale va a Tania e Stefania, che hanno immaginato un intero universo oltre il drappo. È dalle loro visioni che nasce questa sezione del capitolo 3 e, piccolo spoiler, anche la prossima. Ne è scaturito un intreccio che non avevo previsto: una deviazione narrativa interessante, capace di arricchire e mettere in discussione la storia che vorrei e che sto provando a raccontarvi.
Grazie di cuore per aver colto lo spirito di questo blog.
Il mio unico intento è raccontare storie per il puro gusto e piacere di farlo. Stimolare la fantasia, lasciare spazio all’immaginazione, vivere l’attesa e le emozioni con calma.
Nell’attesa del prossimo episodio:
Chi è la bambina dai capelli rossi?
E chi è l’ombra nello specchio?
Se vi va, fermatevi un momento su queste immagini prima di andare avanti
e scrivetemi cosa racconta la vostra immaginazione.
Ma mi raccomando: non cercate risposte immediate.
Chiudete gli occhi. Respirate.
Alcune storie hanno bisogno di tempo.
E forse… questo è il piano giusto.